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giovedì 4 marzo 2010

Mah!

Vorrei condividere con voi una storia che arriva dalla Sicilia. Sarà la stessa giornalista Clelia Coppone a raccontarvi la scandalosità dell'aut aut a cui è stata posta di fronte.

Maleoccupati è con lei


Cari colleghi,
sedici anni per chi che ne ha 33 sono tanti. Sono una vita, alimentata da un infinito amore per una professione che, da queste parti, è stata sempre avara di soddisfazioni. Per sedici anni ho “offerto” il mio lavoro al Giornale di Sicilia. Ho iniziato a seguire le partite di calcio ogni domenica, nei campi più polverosi della provincia più dimenticata, ho sperimentato la cronaca nera negli anni di sangue del “triangolo della morte” e infine mi sono occupata di inchieste e processi importanti a Catania, un settore che nessuno voleva coprire per i rischi che comporta soprattutto in rapporto agli scarsi incentivi.Un settore che, mi permetto di ricordare, è in genere affidato a soggetti “contrattualizzati” anziché a semplici collaboratori. Ebbene, io ho assicurato al Giornale di Sicilia la copertura della cronaca giudiziaria a Catania per tanti lunghi anni, permettendo al “mio” giornale di pubblicare notizie in esclusiva, sempre nel rispetto della verità e del riscontro delle fonti. Il mio impegno, la mia attendibilità e la mia dedizione, prima che a questo lavoro, a questo giornale sono testimoniati dalle decine di “lettere di apprezzamento” che in questi anni mi sono state spedite dal direttore in persona. Al ruolo di cronista, a partire dal 2004, ho poi affiancato quello di “contrattista” che ho svolto, anche in questo caso, in modo corretto e professionale, dando persino prova di assoluta fedeltà quando sono arrivata a negare i miei diritti per non scioperare e rimanere al fianco dei vertici del Giornale.Una premessa, questa. per ricordare a chi non lo sapesse quanto è stata intensa e produttiva la mia esperienza al Giornale di Sicilia. E’ risaputo comunque che a fronte dell’impegno profuso non corrisponde una retribuzione che permetta neppure di sopravvivere a livelli decorosi.Nonostante la magrezza dei compensi e nonostante da tempo avessi rinunciato a chiedere quello che, a “giudizio universale”, mi spettava di diritto, giorno 2 febbraio 2010 la direzione, tramite la segreteria di redazione, mi ha messo di fronte a una scelta tra il Giornale di Sicilia, a cui ho dedicato tutta la mia vita lavorativa, e un settimanale che ha avuto la coerenza di offrirmi un “contratto”.Non credo di essere l’unica “co.co.co.” del Giornale ad avere altre collaborazioni/lavori. A Catania così come nel resto dell’isola c’è chi scrive su altri quotidiani, chi lavora in radio e in televisioni, chi ha uffici stampa di assessori, onorevoli, associazioni, ordini, onlus etc. E non si tratta solamente dei collaboratori.Non credo che ci sia nulla di scabroso a collaborare con un settimanale (che quindi non è in concorrenza con un quotidiano, soprattutto con uno dalla storia e dalle dimensioni ben più consistenti) in settori che, tra l’altro, il più delle volte, non rientrano tra le mie competenze al Giornale di Sicilia. Rammento che soltanto qualche settimana fa, a gennaio, il Giornale di Sicilia ha pubblicato in esclusiva la notizia del pentimento di un boss del clan Laudani senza che nulla venisse scritto da Sicilia Oggi.net (per la cronaca, è questo il nome del settimanale freepress). Tra l’altro in questo stesso settimanale scrivono tanti altri collaboratori del Gds, da tutte le province siciliane, che però non sono stati colpiti dall’ostracismo come è capitato a me.Io ritengo di essere stata vittima di una campagna di odio che mi è totalmente estranea e di essere stata messa di fronte ad un “aut aut” iniquo, senza che mi venisse offerta alternativa se non la consueta, misera collaborazione.E’ facile mettere con le spalle al muro una co.co.co [1]. senza contratto né tutele. E soprattutto senza alcun sostegno umano: non c’è stata neppure l’ombra di un interessamento da parte di colleghi, Comitato di redazione, sindacalisti o responsabili vari del giornale informati sull’ennesimo sopruso che si stava consumando tra i corridoi di via Lincoln. Nessuno ha mosso un dito o ha osato dire una parola, forse troppo impaurito da punizioni dall’alto.Ma posso credere che la direzione di un quotidiano come il Giornale di Sicilia non abbia di meglio da fare che preoccuparsi di inezie del genere? Posso credere che passi il suo tempo a controllare i propri “collaboratori” e ad inserirli tutt’ad un tratto nella lista degli “sgraditi”?Non so se questa lettera otterrà risposta, una seria risposta e non le laconiche frasi che finora mi sono state propinate (del tipo “prendere o lasciare”) e non mi aspetto ondate di indignazione, che pure meriterebbe, ma ho voluto che andasse ad allungare l’elenco delle tante che ho letto con dispiacere in questi anni e che sono passate tra l’indifferenza dei più, soprattutto dei cosiddetti “Capi”, da quelli che sulla carta storicamente dovrebbero difendere i collaboratori per passare a quelli della redazione centrale, col loro assordante silenzio, per finire con i nostri sindacalisti che sono riusciti a propormi solo qualche soluzione poco ortodossa. mentre i collaboratori come me e soprattutto quelli delle province sembriamo destinati a combattere la nostra guerra dei poveri.
Saluti a tutti,Clelia Coppone

domenica 8 giugno 2008

Intrappolati nel lavoro atipico

ROMA - Sono oltre 830 mila i lavoratori italiani che nel 2007 erano a rischio precarietà, 20 mila in meno rispetto all'anno precedente. Un calo che inverte la rotta rispetto agli anni precedenti, ma a cui non corrisponde un miglioramento della condizione economica. Secondo l'ultima ricerca dell'Ires-Cgil, in collaborazione con l'Università la Sapienza, sul lavoro parasubordinato, il reddito medio per i precari è infatti di circa 8.800 euro l'anno. Non solo, una gran parte dei lavoratori rimane "intrappolata" nel lavoro atipico: sei precari su dieci per due anni di seguito e oltre il 37% per tre anni (la ricerca prende in considerazione il triennio 2005-2007). "Il dato positivo - ha sottolineato il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni - è che il trend ascendente ha subito un rallentamento. Significa che volendo si può intervenire, come ha fatto con atti concreti il precedente governo, e bisogna continuare ad intervenire. Tuttavia il numero complessivo resta altissimo e rappresenta una anomalia in Europa".
Secondo i dati 2007 raccolti nella ricerca di Ires, Nidil e Università La Sapienza, i lavoratori parasubordinati sono oltre 1,5 milioni, con un aumento del 2,4% rispetto al 2006. In questo insieme rientrano però anche i lavoratori 'tipici', ovvero gli amministratori, i sindaci di società e i partecipanti a commissioni, che sono circa 500 mila. Un milione sono invece gli atipici, in larga maggioranza titolari di contratti di collaborazione. Di questi i lavoratori ritenuti a rischio di precarietà, quelli cioé che hanno una collaborazione con reddito esclusivo, erano lo scorso anno 836 mila, contro gli 858 mila del 2006. In un anno il calo è stato quindi di oltre 20 mila unità e, secondo la ricerca, è ascrivibile "all'attenzione che il Ministero del Lavoro ha attribuito alla lotta alle false collaborazioni, all'aumento del contributo pensionistico di 5 punti percentuali rispetto al reddito che ha reso meno conveniente per le aziende il ricorso alle collaborazioni, e infine agli incentivi alla stabilizzazione". I precari emergono come un popolo di giovani "ma non troppo".
L'età media è infatti di 34 anni e il contratto medio dura circa sette mesi. A livello territoriale la maggiore concentrazione si riscontra in Calabria e nel Lazio, dove sono precari tre parasubordinati su quattro. Per quanto riguarda i redditi, la ricerca evidenzia come per i precari la media si attesti nel 2007 a 8.800 euro l'anno, con un incremento rispetto al 2005 del 4,8%, pari a 405 euro. Si tratta, sottolinea la Cgil, di un aumento "tanto limitato da impedire il recupero dell'inflazione reale. Ciò indica inequivocabilmente un costante peggioramento delle condizioni economiche". Dai dati si evince inoltre che il lavoro parasubordinato non rappresenta un "evento passeggero". Le collaborazioni "per essere impieghi temporanei sono decisamente stabili nel tempo - sottolinea la ricerca - l'impressione è di essere di fronte ad una flessibilità contrattuale di lunga durata in cui l'impegno lavorativo, seppur intermittente nel corso dell'anno, è però rinnovato da un anno all'altro". I casi sono "molto frequenti: sei precari su dieci rimangono nell'impiego atipico per due anni di seguito, e oltre il 37% vi è rimasto per l'intero triennio in considerazione. Si tratta evidentemente di una condizione di intrappolamento nel lavoro flessibile". "Per affrontare il tema della precarietà - ha sottolineato Filomena Trizio, segretario generale Nidil Cgil - sono necessarie politiche adeguate che sappiano contrastare i fenomeni degenerativi basati su mere convenienze di costo del lavoro. Da qui la necessità e la responsabilità per il nuovo governo di mantenere e rafforzare" l'azione intrapresa nello scorso biennio.


Ansa del 05/06/2008

domenica 18 maggio 2008

Precari impotenti anche fra le lenzuola (parte seconda)

La notizia riportata dall’Ansa sui precari a rischio impotenza dovrebbe far riflettere sulla gravità di una condizione figlia del lavoro flessibile.
Sono sicuramente lodevoli tutti quei contributi giornalistici, editoriali e simili, che continuano a metterne in luce gli aspetti positivi, ma ciò non dovrebbe distogliere l’attenzione da quelli negativi. Se i primi, è innegabile, ci sono, i secondi purtroppo continuano ad aumentare a dismisura.
I precari esistono. Non sono frutto di luoghi comuni, di pregiudizi ideologici, come spesso si sente o si legge nei media. La loro situazione va analizzata, inquadrata, risolta (quasi) definitivamente. Si sa, ogni albero ha le sue mele marce. Eppure l’agricoltore non si prende forse cura della pianta affinché siano il meno possibile? Insomma, rispetto alle finalità iniziali per cui erano state introdotte e poi regolamentate le varie forme di temporaneo, oggi, si è andato un po’ troppo oltre. Se da un lato infatti le norme in materia di promozione dell'occupazione hanno centrato il loro obiettivo, dall’altro molte frecce non sono andate a segno e rischiano addirittura di fare feriti, sia in ambito lavorativo che sociale. I più colpiti sono le fasce deboli, i giovani in particolare, le cui prospettive di vita diventano ancora più insoddisfacenti. Proprio loro che dovrebbero essere e sono il futuro del nostro paese! Un futuro che si rigenera nelle famiglie. Ma senza stabilità economica l’unica certezza è il niente: niente casa, niente figli, niente di niente. Nondimeno la nostra Costituzione all’articolo 31 afferma: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi.” Ditemi come. Con aiuti in assegno o similari?
Garantendo un posto di lavoro serio otterrebbe risultati certamente più apprezzabili, proficui e meno onerosi, perché darebbe autonomia, certezze, stabilità, a chi quella famiglia deve mantenerla. E invece preferisce prendere soltanto misure temporaneamente necessarie ad arginare questo o quell’aspetto della questione, senza mai affrontarla di petto e porvi fine, qualunque sia il costo da sostenere. In fin dei conti, considerando che i rischi a cui si va incontro non prestando la dovuta attenzione a quella che potremmo definire una deviazione rispetto alle finalità legislative non sono né pochi né indifferenti, forse una presa di posizione più decisa non sarebbe così dolorosa o insostenibile come si pensa.

mercoledì 14 maggio 2008

Precari impotenti anche fra le lenzuola

ROMA - Non bastavano il contratto a tempo determinato, le difficoltà nel comprare casa e nel mettere su famiglia. I giovani precari sarebbero anche a rischio impotenza: a sostenerlo è Marco Carini, direttore della Clinica urologica di Firenze, che a margine della conferenza per i cento anni della Società italiana di urologia (Siu) ha sottolineato come i fattori di incertezza tipici dei precari possano causare eiaculazione precoce e disfunzione erettile. Il problema dell'eiaculazione precoce, come ricorda l'esperto, colpisce il 25-30% dei giovani, mentre la disfunzione erettile interessa il 35% degli uomini sotto i 35 anni e il 47% di quelli sopra i 36. "Per i più giovani - spiega Carini - la precarietà del lavoro, le difficoltà economiche, l'impossibilità di creare una famiglia sono fonte di ansia e stress, e possono avere serie ripercussioni sulla vita sessuale". Se a queste incertezze si somma poi anche la mancanza di un partner stabile, "allora - continua Carini - allo stress si va ad aggiungere l'ansia da prestazione che si può scatenare con i rapporti occasionali".

Ansa del 14-05-2008